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25 giugno 2009
Riforma Zecchino, dieci anni di propaganda?
Rileggendo i vecchi articoli sulla riforma Zecchino del
2000, quella che avrebbe dovuto avvicinarci all’Europa e al mondo del lavoro, si
resta un po’ perplessi. Pareva, all’epoca, che scopo precipuo della riforma
fosse quello di ridurre i tempi di laurea, per ottenere “finalmente laureati
giovani e di qualità: a 22-23 anni anziché a 28 anni” (sottosegretario all’Università
Guerzoni), e per questa ragione : «Ci si
è resi conto che la laurea quinquennale dà una formazione troppo elevata per le
esigenze del mercato. Mentre un percorso più breve abbasserà la dispersione
pari all' 85%» (Finazzi Agrò, rettore Tor Vergata).
Quindi, scopo ufficiale della riforma del 3+2 sarebbe stato
permettere agli studenti che lo volessero di mettere in tasca una laurea
triennale, senza perdersi in fatue specializzazioni “che il mondo del lavoro
non richiede”; e di permettere agli altri che lo volessero di continuare con
gli studi e specializzarsi nel settore di interesse, secondo un principio di
libera scelta che più democratico non si può.
I dubbi avrebbero dovuto sorgere già allora. Non si capisce
infatti come si potesse sperare di inserire un laureato nel mondo del lavoro
con laurea triennale se, dall’altra parte della barricata, le aziende cercavano
e cercano “laureati specializzati”, non generalisti, che sappiano già quello
che andranno a fare e che costino all’azienda, formativamente parlando, il meno
possibile. Tanto più in Italia, dove la carenza di posti di lavoro non fa
andare tanto per il sottile gli imprenditori, e dove un neo laureato non ha l’imbarazzo della scelta.
E infatti, neanche a dirlo, a dieci anni –non uno, non due,
ma dieci- di distanza dalla riforma, la situazione non somiglia neanche un po’
alle prospettive vaticinate con tanto entusiasmo.
Non solo la laurea triennale non è affatto un titolo
sufficiente per inserirsi nel mondo del lavoro, ma il percorso normale dello
studente italiano è diventato anche più lungo rispetto a quello della vecchia
quadriennale: laurea triennale, più laurea specialistica, più master, e poi,
finalmente, forse, lavoro.
Dal canto suo, sempre nelle intenzioni dei riformatori, la
laurea specialistica avrebbe dovuto avere come ispirazione quello che all’estero
si chiama master (e temo che la confusione sulla terminologia non sia casuale.
Da noi il master è “qualcosa” di diverso dalla laurea. All’estero è la laurea specialistica). Essere insomma,
come si è detto, il trait d’union col mondo del lavoro. Che invece non è. A
leggere i programmi universitari pre e post riforma si ha l’impressione che tutto sia cambiato perché tutto rimanesse
com’era. La vecchia quadriennale non è scomparsa: si è dilatata a coprire i
cinque anni; i corsi son rimasti gli stessi, si sono solo divisi chi alla
triennale, chi al biennio; in certi casi il biennio ha riproposto duplicati di
corsi triennali; esami a metà; qualche opzionale. Insomma a conti fatti lauree specialistiche
che non specializzano, e che permettono allo studente indeciso di non decidere,
perché tanto “tra una laurea specialistica e l’altra non cambia molto”, e in
sostanza -come con la vecchia quadriennale- gli sbocchi sul mercato sono
tendenzialmente gli stessi.
La verità, neanche
tanto sottile, è che attuare una vera riforma avrebbe significato tagliare,
stravolgere cattedre: e chi lo vuole? I decani dell’Accademia italiana? Molto
meglio sbandierare il cambiamento, rimanere nebulosi sui fini e sugli intenti
(la riforma serve a farci laureare prima),
rimanere altrettanto nebulosi sui nomi (master, laurea specialistica) e
su quello che succede all’estero, e magari sfruttare il business nascente del
Master di secondo livello, entità salvifica che dovrebbe veramente, finalmente
specializzare, e che costa talmente tanto da far venire il sospetto che si stia
pagando il datore perché ci assuma.
E l’interesse delle
aziende? E’ rimasto in sottofondo, un borbottio sempre presente ma mai preso in
considerazione, e quindi inevitabilmente noioso per l’Accademia, persa com’è
nella spartizione e riorganizzazione di cattedre. Per le aziende, si dice, ci
sono i Master.
Questa disamina,
superficiale quanto lo spazio me lo permette, mi porta a sottolineare perlomeno
un punto, che è l’unico chiaro: il fatto che la riforma dell’Università fosse
sotto i riflettori non ha impedito che questa si attuasse in un clima nebuloso,
pieno di strombazzamenti da propaganda, con poca chiarezza sugli obiettivi veri
e dichiarati, poca informazione seria, e in un clima di rassegnazione e disinteresse
tra quelli che avrebbero dovuto esserne i destinatari.
Una riforma da campagna
pubblicitaria, insomma, che mescola populismo ed esterofilia, fondata su slogan più che su programmi. Ma,
dopotutto, non vale la pena preoccuparsi:
l’università italiana è ancora “la migliore al mondo” ( solo che non si capisce
mai perché. Sotto quale profilo è la migliore al mondo? Perché gli studenti
italiani sono gli unici che ancora mandano a mente leggendari mattoni? Per la
qualità della ricerca? Perché Dulbecco e la Montalcini han vinto il Nobel? ). Non
importa. E’ la migliore al mondo, e ci basti.
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