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7 luglio 2009
Il Welfare e il Paradosso della famiglia
Dire che la “famiglia è importante” ha il peso
vetusto di tutte le dichiarazioni standard, quelle verità tanto pacificamente
accettate quanto parimenti scontate, trite, banalità per scolaretti.
Mi si passi la verve polemica. Io pure cedo
alla banalità di dire che la famiglia sia importante. Credo anche però, che,
per decidere ciò che vogliamo farne, di questa famiglia, sia necessario
esplicitare un po’ meglio i motivi. Perché la famiglia è importante?
La famiglia è importante… perché è nella
famiglia che vengono trasmessi quelle entità che si chiamano valori. La
famiglia è importante…perché si sostituisce allo Stato nell’allevamento e
sostentamento dei suoi figli, sollevandolo da quest’incombenza. La famiglia è
importante… perché nucleo deputato alla creazione di prole.
Ora, si potrebbe esser d’accordo anche con
tutte le affermazioni di cui sopra. Ma è necessario preferirne una a discapito
delle altre, nel momento in cui si decide di fare o proibire qualcosa che
riguardi la Famiglia.
Italia, elezioni politiche 2006 (il
riferimento è casuale. Avrebbero potuto essere le elezioni 2001, e non in
Italia). Entrambe le coalizioni hanno in programma di adottare politiche a
sostegno della famiglia. Politiche che si assomigliano un po’ tutte: che siano
assegni o vouchers, che vengano da
destra o da sinistra, sempre di Stato Assistenziale trattasi.
Difatti, siamo stati abituati a pensare che lo
Stato Assistenziale non possa che aiutare la famiglia. In questo, ci confortano
due osservazioni, una intuitiva, l’altra statistica. L’intuizione ci dice, a
noi figli: se so di poter contare su un sostegno economico, ora e in futuro, la
mia propensione ad uscire dal nucleo familiare di origine per crearne uno nuovo
sarà più alta. Questo è vero sia per quegli strumenti intesi a diretto sostegno
del nucleo familiare, come assegni, congedi parentali, etc. , sia per quei
generici strumenti di Welfare –sussidio di disoccupazione, assistenza
sanitaria- che parimenti però finiscono per influire sulla scelta di farsi una
famiglia.
Il dato statistico pare, per una volta,
confermare le intuizioni: in media, i paesi in cui la spesa per il Welfare è
più alta, sono anche quelli in cui la natalità, il numero dei matrimoni e delle
coppie di fatto è più alta.
Dunque, il Welfare aiuta la famiglia.
Sì, ma è vero pure il contrario. Il Welfare
non aiuta la famiglia, anzi, ne accellera copiosamente la disgregazione,
portandola ad una reductio ad unum
che della famiglia è la negazione stessa. Anche qui una notazione intuitiva ed
una statistica. Stato e famiglia paiono esser legati da un rapporto di
proporzionalità inversa: quanto più forte e tentacolare è lo stato, tanto più
debole è l’istituzione familiare; quanto più minimal è lo Stato, tanto più la famiglia si sostituisce al suo
ruolo economico, ma pure etico, talvolta con derive italo-mastelliane. Storicamente,
non esistendo Welfare, le funzioni di assistenza ai malati, anziani,
disoccupati, giovani venivano prese in carico dalla famiglia. All’interno di
questa si instauravano quindi dei legami che, basati su un patto di assistenza
reciproca, dovevano per necessità essere profondi e duraturi; un contratto
tacito che faceva “io aiuto te se tu aiuterai me”, e che è una delle ragioni
della forza dei legami familiari, aldilà dell’affetto per i consanguinei. Con l’ascesa del Welfare state, viceversa, il
supporto economico della famiglia diviene, come ha messo in luce parte della
destra americana, tragicamente “redundant”, superfluo; e dico tragicamente
perché, se è vero che pure tra parenti non si fa niente per niente, la
superfluità del rapporto familiare diventa una buona scusa per affrancarsene.
Detto crudamente, con ampie politiche di Welfare, la famiglia economicamente non
serve più, o serve molto meno, e i rapporti di mutualità, di fedeltà e tutto,
sebbene in teoria appartenenti al mondo etico delle cose, e quindi lontani
dalla barbarie delle bestialità terrene, finiscono per risentirne. Quanto?
Molto.
Il dato statistico
ci dice che il numero dei divorzi è tanto maggiore quanto maggiore è il
supporto assistenziale dello stato. Ancorché questo sia un dato che solo
parzialmente sostiene quanto detto: come infatti misurare statisticamente la
diminuzione della forza dei “legami” che questo modello di famiglia porta con
sé, non solo tra coniugi, ma anche tra parenti, genitori e figli non è
immediato.
Ma, ricapitoliamo. Abbiamo
detto come il Welfare state influisca positivamente sulla creazione di nuovi
nuclei familiari e sulla natalità. E di come, allo stesso tempo, però, renda i
legami familiari più labili e superflui, decretando della vetusta istituzione,
almeno sul lungo periodo, la morte.
Ora, quali di
queste due prospettive si vuole
abbracciare? Temo che, prima di parlare di famiglia, perorandone la causa col
cuore in mano, si debba capire a che tipo di famiglia si va incontro (e
rassegnarsi al fatto che molto difficilmente questa resterà quella che siamo
stati abituati a vedere, ma questo è un problema diverso ancòra).
Se si opta per la
famiglia come culla dei valori, quelli buoni, solidi, biedermeier della società borghese, allora le politiche di Welfare
non sono il miglior modo per mantenerli in vita, come paiono aver capito, lo
abbiamo detto, alcuni esponenti della destra americana (vedi il libro di David
Frum, Dead right). Pare invece che alcuni dei nostri non l’abbiano capito. C’è
sempre un po’ di confusione sui fini e sui mezzi. Si vogliono in genere più
figli – magari per tenere alto il tasso di italianità, o semplicemente perché
natalità=prosperità, in un’equazione che, da non economista, non mi azzardo a
criticare- e più famiglie, ma che siano di valori solidi.
Si vuole tutto, ma
la complessità della società moderna non ce lo permette più. Dobbiamo aggiustare
il tiro, scegliere che famiglia vogliamo, scegliere se premere sul Welfare – ma
premere davvero -e, scelto questo,
rinunciare ad aspettarci la stessa famiglia monolitica e bi genitoriale,
magari allargata al parentado, che ci ha cresciuto. Accettandolo, si sarebbe
forse pronti ad accettare pure nuove forme di famiglia, di cui la tradizione ha
orrore. Ma è un altro discorso, del
tutto ipotetico.
Ovviamente, tutto
questo sta in piedi se rimane vera l’ipotesi che il Welfare influisca sul tasso
di natalità; cosa che noi, for argument's sake, abbiamo ammesso, ma che Vision ha messo in dubbio nel
paper di tre anni fa, forse in parte risolvendo il paradosso di cui sopra.
| inviato da serenamanzoli il 7/7/2009 alle 15:13 | |
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25 giugno 2009
Riforma Zecchino, dieci anni di propaganda?
Rileggendo i vecchi articoli sulla riforma Zecchino del
2000, quella che avrebbe dovuto avvicinarci all’Europa e al mondo del lavoro, si
resta un po’ perplessi. Pareva, all’epoca, che scopo precipuo della riforma
fosse quello di ridurre i tempi di laurea, per ottenere “finalmente laureati
giovani e di qualità: a 22-23 anni anziché a 28 anni” (sottosegretario all’Università
Guerzoni), e per questa ragione : «Ci si
è resi conto che la laurea quinquennale dà una formazione troppo elevata per le
esigenze del mercato. Mentre un percorso più breve abbasserà la dispersione
pari all' 85%» (Finazzi Agrò, rettore Tor Vergata).
Quindi, scopo ufficiale della riforma del 3+2 sarebbe stato
permettere agli studenti che lo volessero di mettere in tasca una laurea
triennale, senza perdersi in fatue specializzazioni “che il mondo del lavoro
non richiede”; e di permettere agli altri che lo volessero di continuare con
gli studi e specializzarsi nel settore di interesse, secondo un principio di
libera scelta che più democratico non si può.
I dubbi avrebbero dovuto sorgere già allora. Non si capisce
infatti come si potesse sperare di inserire un laureato nel mondo del lavoro
con laurea triennale se, dall’altra parte della barricata, le aziende cercavano
e cercano “laureati specializzati”, non generalisti, che sappiano già quello
che andranno a fare e che costino all’azienda, formativamente parlando, il meno
possibile. Tanto più in Italia, dove la carenza di posti di lavoro non fa
andare tanto per il sottile gli imprenditori, e dove un neo laureato non ha l’imbarazzo della scelta.
E infatti, neanche a dirlo, a dieci anni –non uno, non due,
ma dieci- di distanza dalla riforma, la situazione non somiglia neanche un po’
alle prospettive vaticinate con tanto entusiasmo.
Non solo la laurea triennale non è affatto un titolo
sufficiente per inserirsi nel mondo del lavoro, ma il percorso normale dello
studente italiano è diventato anche più lungo rispetto a quello della vecchia
quadriennale: laurea triennale, più laurea specialistica, più master, e poi,
finalmente, forse, lavoro.
Dal canto suo, sempre nelle intenzioni dei riformatori, la
laurea specialistica avrebbe dovuto avere come ispirazione quello che all’estero
si chiama master (e temo che la confusione sulla terminologia non sia casuale.
Da noi il master è “qualcosa” di diverso dalla laurea. All’estero è la laurea specialistica). Essere insomma,
come si è detto, il trait d’union col mondo del lavoro. Che invece non è. A
leggere i programmi universitari pre e post riforma si ha l’impressione che tutto sia cambiato perché tutto rimanesse
com’era. La vecchia quadriennale non è scomparsa: si è dilatata a coprire i
cinque anni; i corsi son rimasti gli stessi, si sono solo divisi chi alla
triennale, chi al biennio; in certi casi il biennio ha riproposto duplicati di
corsi triennali; esami a metà; qualche opzionale. Insomma a conti fatti lauree specialistiche
che non specializzano, e che permettono allo studente indeciso di non decidere,
perché tanto “tra una laurea specialistica e l’altra non cambia molto”, e in
sostanza -come con la vecchia quadriennale- gli sbocchi sul mercato sono
tendenzialmente gli stessi.
La verità, neanche
tanto sottile, è che attuare una vera riforma avrebbe significato tagliare,
stravolgere cattedre: e chi lo vuole? I decani dell’Accademia italiana? Molto
meglio sbandierare il cambiamento, rimanere nebulosi sui fini e sugli intenti
(la riforma serve a farci laureare prima),
rimanere altrettanto nebulosi sui nomi (master, laurea specialistica) e
su quello che succede all’estero, e magari sfruttare il business nascente del
Master di secondo livello, entità salvifica che dovrebbe veramente, finalmente
specializzare, e che costa talmente tanto da far venire il sospetto che si stia
pagando il datore perché ci assuma.
E l’interesse delle
aziende? E’ rimasto in sottofondo, un borbottio sempre presente ma mai preso in
considerazione, e quindi inevitabilmente noioso per l’Accademia, persa com’è
nella spartizione e riorganizzazione di cattedre. Per le aziende, si dice, ci
sono i Master.
Questa disamina,
superficiale quanto lo spazio me lo permette, mi porta a sottolineare perlomeno
un punto, che è l’unico chiaro: il fatto che la riforma dell’Università fosse
sotto i riflettori non ha impedito che questa si attuasse in un clima nebuloso,
pieno di strombazzamenti da propaganda, con poca chiarezza sugli obiettivi veri
e dichiarati, poca informazione seria, e in un clima di rassegnazione e disinteresse
tra quelli che avrebbero dovuto esserne i destinatari.
Una riforma da campagna
pubblicitaria, insomma, che mescola populismo ed esterofilia, fondata su slogan più che su programmi. Ma,
dopotutto, non vale la pena preoccuparsi:
l’università italiana è ancora “la migliore al mondo” ( solo che non si capisce
mai perché. Sotto quale profilo è la migliore al mondo? Perché gli studenti
italiani sono gli unici che ancora mandano a mente leggendari mattoni? Per la
qualità della ricerca? Perché Dulbecco e la Montalcini han vinto il Nobel? ). Non
importa. E’ la migliore al mondo, e ci basti.
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11 giugno 2009
Crisis? Only evolution and change
By Serena
Manzoli
EU Parliament Elections 2009, abstention levels reach a
record level.
At this point generally, talking about “democracy
crisis” comes easy. Moreover, one points out how this fall correlates,
paradoxically, with the increase of Parliament’s powers; it seems like people
decide to waive their rights just when there is the chance, for them, to count.
The situation might be a bit different.
Now, an observer should analyze many factors and ask a
fair number of questions. Is that true that Parliament is going to increase its
powers? And, if at all, why don’t people vote? They don’t do it because they
don’t believe in Europe? Because they don’t care? Because
they are not sufficiently informed? Or because they don’t feel represented
enough?
One cannot answer all these questions in such a short
time. In this article I just want to look at the situation from a different,
less dramatic, perspective. It’s my aim to point out how an high abstention
rate does not necessarily mean a lack of democracy at the European level. In other
words, from the fact, true, that people don’t vote, it doesn’t logically follow
that people’ interests are not represented in the European arena. They still are,
but just not in the way we are used to.
Political processes, exactly like legal and economical
ones, have been evolving. They have been changing into something different from
what we were accustomed to seeing and to conceiving as a “typical watermark of
democracy”. And these changes don’t necessarily result in bad consequences.
Let’s take the first case: lobbying. If I were to
mention “lobbying” to the average Italian, not particularly versed in
international policy, I would probably evoke ambiguous scenarios, which hide
unclear political maneuvering. This might be because the only lobby Italian
television has been talking about for a decade was the Masonic P2, which indeed
operated in this very unclear atmosphere. And it’s a pity that people are not
sufficiently informed on the phenomenon.
In Europe lobbying is a “clean” and widely
performed activity, indeed. If you took a walk through Brussels, zone Arts-Loi, you would surely meet hundred of offices
involved in lobbying: Law firms, Enterprise Associations – the Italian ones
pullulate – , regional representations and Societies which more openly
introduce themselves as “Lobbying Firms” (or Advocacy, that is to say the
same).
What do they do? They clearly work. And they work for
someone’s interests. More specifically, they work in order to represent
interests of a social body, a category or a even more specific client from whom
they are paid. And their job, roughly speaking, is arguing and convincing,
pleading in front of EU Counsel and Commission, in order to have the interests
they represent taken into account and represented on a corporate level.
If the lobbyist
is a Law Firm, and the Client is a big multinational which needs the Commission
to enact specific rules, the influent lawyer directly negotiates it with the
people in charge. In the words of a senior partner of a Brussels’ law firm:
“You
must get administrative changes made. That’s where it’s easiest. If you go to
court
there’s
less chance, it’s more costly, and it takes a lot of time. You have to know the
Commission
very well, which Commissioner to talk to, take him to lunch or for drinks”.
On the
other hand, if the client is a SME, he’d better refer to an Enterprise
Association, which can be either “national” –let’s take for instance CONFINDUSTRIA-
or international, as for SME which focus on a particular, very technical and usually
sub represented, area. The same is true not just for enterprises, but for any
social category: thus, we may find lobbies who focuses on women’s rights,
disabled people, poor, even immigrants.
It
seems like whoever wants to protect an interest does not need to vote for his
representative in the Parliament, but to act more straightforwardly, by asking
a professional or an association to negotiate the solution for him. Does all
this mean that democracy has been abandoned? I don’t think so. I just think it
took a new way to be expressed.
Let’s
take a second example.
During
these years, EC Court of Justice did not simply apply Treaty rules, as a plain
Civil law court. It has interpreted the Treaty, but so widely and freely that de facto it created a new law, as Common law courts usually do. It
fashioned law ex novo.
It
created law to protect the interests of someone pleading in front of it. And,
if is true that the Court’s case law is mandatory, exactly as directives and
rules are, then Courts created a law which is not just valid to the case in
question, but can be re-applied to all similar situations, exactly as a
precedent in Common law. What should be clear is that, also in this case,
interests of a class have been represented through different modalities than
the Parliamentary ones.
Thus,
should we focus on the Parliament yet? Should we really tear our hair because
abstention rate reached a new record?
Who
represents who, in the European Parliament? Would right wing Italian MEPs
represent the interests of the European right or rather of the Italian one? I fear they would prefer keep on speaking
Italian – and not just because they can’t speak English at all. This is also true
for left wing representatives and not just for Italy. The EU
Parliament still appears as a projection of National Parliaments, in which the
same games and dynamics which unfold nationally are reproduced faithfully.
Interest
which really lie in the European social body, are represented in the other ways
we analyzed above: through lobbying and judiciary process.
Thus, abstention
is not democracy’s death. It’s the symptom of a phase of change. And change is
not necessarily bad, unless we have an affection for vintage.
“For some lawyers (…) an
office in Brussels
is merely a listening post to pick up information on draft
directives; (…)
others, believe ‘it is clear that the concept of the Brussels
office acting just as a ‘listening
post’ is
outdated” in Flood, Megalawyering in the Global Order: the Cultural, Social
and Economic
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